Lettera di un prete ai suoi parrocchiani

 Carissimi parrocchiani, anche il prete nella sua vita deve recitare il “confiteor”, il confesso. E non solo all’inizio della celebrazione della Messa, ma anche nella vita di tutti i giorni.

E nei confronti dei suoi parrocchiani. C’e nel Vangelo di Giovanni un’espressione di Gesù rivolta ai suoi primi discepoli che mi lascia sempre perplesso. Essa consiste in due verbi: “Venite e vedrete…” (Gv 1, 39). Si, mi sono mosso. Sono riuscito, sia pure con enorme fatica, staccare i piedi dal terreno familiare in cui stavano piantati e ho compiuto il primo passo in direzione di una terra promessa ancora inesplosa, e di cui so ben poco.
Ancora il Vangelo di Giovanni riferisce che questi discepoli “quel giorno rimasero presso di Lui”. Sì, non solo mi considero, ma sono un principiante. Comincio solo ora a vedere, imparare, capire qualcosa, tentare… Né in un giorno, né in mille giorni, e neppure in duemila anni, viene fuori un cristiano “fatto” (a maggior ragione un prete), salvo rarissime eccezioni, come quella rappresentata da un certo Francesco di Assisi.
Carissimi parrocchiani, capisco le vostre esigenze più che legittime. Da uno che si mette a seguire il Maestro, ci si aspetta molto, tutto, forse anche troppo. Ma dovete avere pazienza, come ce l’ha Lui nei nostri confronti. Perdonate le mie lentezze, i miei ritardi, la distanza che mi separa ancora al Vangelo. Perdonate la dissomiglianza, la non conformità. Voi pretendereste vedere subito il cristiano (e prete) perfetto, che non delude, che non smentisce il proprio nome, che ha imparato e messo in pratica la lezione del Vangelo. Ahimè, l’attesa sarà ancora molto lunga.
Essere cristiano (prete) e un’eterna promessa. E, in quanto tale, non è mai adempiuta. È una tendenza, una ricerca, un bussare, un qualcosa che si schiude senza mai essere aperto del tutto, qualcosa che e eternamente sul punto di decollare, che vuole eternamente uscire da quel centro che non gli riesce più sopportabile. Con ciò non voglio affermare che non posso mantenere le promesse. Semplicemente, l’unica promessa che con onestà posso formulare e quella di muovermi, magari grazie alle vostre sollecitazioni, ai vostri pungoli, alle vostre critiche. Voi vi ostinate a pretendere che il cristiano (e il prete) sia un “arrivato”.
Io sono in grado di promettervi, ogni giorno, una nuova partenza, un ricominciare, un ritentare. Arrivare a… partire. Ho mosso i primi passi. E quando hai compiuto il primo passo, non sei certo di essertelo lasciato alle spalle. Domani te lo ritrovi ancora davanti. Il primo passo, una volta effettuato, resta ancora da fare. E così per tutti gli altri. Ecco perché, come vi ho detto, pur restando fermo, resto sempre un principiante, trovandomi sempre al punto di partenza. O quasi… Dimoro con Lui, almeno così mi illudo, ma in realtà mi sembra di non aver ancora varcato la soglia. Ho esaurito una, diecimila giornate. Il calendario, tuttavia, risulta ancora intatto.
Non chiedetemi, cari parrocchiani, per favore, di comportarmi da primo della classe, anche se alcuni si atteggiano tali. Non lo sono, e il giorno in cui fossi convinto di esserlo, meriterei di essere cacciato non soltanto nell’ultimo banco, ma addirittura fuori dall’aula, per comportamento scorretto. Accontentatevi del mio tormento, delle mie incertezze, delle mie inquietudini e dei miei goffi tentativi.
Accontentatevi della nostalgia che provo di ció che dovrei essere e che non sono ancora riuscito ad essere.
Accontentatevi che la Parola del Signore che ascolto e medito ogni giorno mi faccia star male, mi disturbi, mi scuota.
Accontentatevi che indossi il nome cristiano (e di prete) a testa alta (perché esso è dono), ma anche con rossore (per le clamorose inadempienze). Non esigete, per carità, il mio certificato di buona condotta. Non sono migliore degli altri, né tanto meno mi considero superiore.
Confesso, però, che non riesco più a sopportarmi come sono, e voglio essere diverso. Maggiormente vicino a Lui, e quindi non troppo lontano dalle vostre attese. Non misurate la strada percorsa, non fissate impietosamente il punto cui sono pervenuto. Contate piuttosto le mie ferite.
Sì, lo so. Sono (e siamo) condannato alle parole. I saggi e i prudenti mettono le parole alla fine. Io, come prete, ho la parola come punto di partenza: “al principio era la Parola (Gv 1,1). Afferrato, trascinato dalla Parola, e anche giudicato da essa, non so dove andró a sbattere, incappando in numerosi infortuni. “Venite e vedrete…”. Se smettiamo tutti quanti i panni del giudice che condanna in base a mancanze fin troppo evidenti, e venite a dare un’occhiata, vi renderete conto di quanto sia ardua, perfino temeraria, la mia impresa. Non state a snocciolare le mie stupide manchevolezze.
Mi riconosco senza difficoltà “mancante”. Sì, mi manca tanta, troppa strada. lo sono “venuto” e ho “visto”… che mi attendono ancora molte partenze. Chiamato, ma non ancora nato.
Afferrato da Qualcuno, eppure ancora molto lontano da Lui. Sottovoce, vi posso però garantire che non ho ancora voltato le spalle. Anche perché non riuscirò, in tal caso, a sopportare il vostro sguardo.
Grazie per la vostra pazienza.

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