Cos’è un santo?

Cos’è un santo? Noi dobbiamo uscire da un’immagine di cartapesta della santità, abbiamo una visione della santità un po’ così, da divulgazione pubblicitaria da quattro soldi o peggio ancora da una certa pietà sentimentale e forse un po’ troppo volontaristica. Si puo’ talvolta notare che le vite dei santi spesso le scrivono quelli che non sono santi, e mettono addosso al santo qualcosa che forse non c’è. Tante volte noi guardando i santi ci vogliamo anche un po’ giustificare: perché se sono tanto straordinari e tanto belli in fondo dobbiamo anche mettergli addosso delle qualità umane, perché così si spiega perché noi non siamo santi e loro sì, “eh noi non siamo dotati, cosa dobbiamo fare?” Il punto è che questa non è assolutamente la santità.

E’ bella la preghiera eucaristica che dice: “Padre veramente Santo e fonte di ogni santità”. Cioè, la santità è un problema di rapporto con Dio, non è una qualità personale.
E’ una felice risposta personale a un’opera di Dio. E in effetti perché le beatitudini sono un’ottima introduzione all’argomento santità? Perché qui noi vediamo persone che vengono descritte con questa meravigliosa proclamazione di come arriva il Regno dei Cieli, di come si entra in possesso della Gloria di Dio. Attraverso queste otto beatitudini noi abbiamo la struttura costante di cosa è la beatitudine. La parola beatitudine indica la felicità, la gioia! Infatti un santo prima di essere proclamato santo viene proclamato beato, dev’essere un uomo felice. Si dice che un santo triste è un triste santo.

La santità e l’allegria devono essere connaturali, perché la fede e l’allegria sono cose connaturali, perché c’è una gioia che non è una gioia da pubblicità del dentifricio, da sorriso, è una gioia vera, profonda, seria, autentica, non soggetta agli sbalzi dell’umore, è una cosa stabile. Ecco, questa gioia è una caratteristica fondamentale della santità, la santità si verifica nell’allegria.
E sapienti e felici sono coloro che sono in queste condizioni: sono poveri in spirito, nel pianto, sono miti, hanno fame e sete di giustizia, usano misericordia, hanno un cuore purificato, operano la pace e sono perseguitati. Alcune di queste condizioni sembrano molto etiche, ma se noi andiamo a verificare, in realtà queste sono condizioni che scartiamo un pochino: il povero in spirito, il mendicante in spirito, non è una condizione tanto desiderabile, essere nel pianto certamente non lo è, essere mite vuol dire perdere uno scontro, essere alla mercè di qualcuno che è più aggressivo, avere fame e sete di giustizia vuol dire stare in un bisogno, in una mancanza, usare misericordia vuol dire aver subito un torto, essere un puro di cuore vuol dire avere un cuore che è stato circonciso, tagliato, dove una parte sanguina, essere operatori di pace vuol dire fare della propria carne uno strumento di pace, essere in mezzo alla guerra e operare per la pace.
Sono condizioni scomode, dolorose, non desiderabili. Non sono la causa della beatitudine, bisogna stare molto attenti a questo. I poveri in spirito non sono beati perché sono poveri in spirito, ma perché di essi è il Regno dei Cieli. Gli afflitti non sono beati perché sono afflitti, ma perchè questa è la condizione per essere consolati. Chi è un santo? Uno che inizia a valorizzare tutte quelle cose che sono nella sua vita, sono nella sua avventura, e che gli danno occasione di passare a mettersi nelle Mani di Dio. Un povero in spirito e uno che scopre che Dio è il ricco a cui affidarsi.
Uno che lascia che il pianto entri nella sua vita e non lo tiene lontano da sè con durezza di cuore, si mette nelle condizioni di lasciarsi consolare da Dio. Un mite, è colui che rimette la sua causa nelle mani di Dio. Chi ha fame e sete della giustizia, non è colui che sta cercando un tribunale migliore, ma è qualcuno che ha sete di un Regno che non ha, di una giustizia che non possiede, ne ha fame, ne ha bisogno, scoprire la nostra mancanza di giustizia finalmente ci fa trovare Dio, ci fa saziare da Lui. Chi usa misericordia è perché sta cercando misericordia, è perché ha scoperto di avere bisogno del perdono di Dio e per questo lo usa agli altri. E chi taglia il proprio cuore, recide dal proprio cuore le parti storte e sporche, è perché ha desiderio di vedere la luce, ha finalmente piantato in sè una sete autentica di vedere Dio. L’operatore di pace è colui che scopre che è questo che lo fa figlio di Dio. In pratica, tutte queste sono le condizioni in cui normalmente la gente, tutti noi, tante volte è lì che ci fermiamo. Di fronte a una condizione di povertà, di fronte a un conflitto, di fronte a una persecuzione, è lì che noi ci ritiriamo. La santità è scoprire che è lì che opera Dio. Questo elenco di beatitudini è un elenco di passivi.. è Dio quello che consolerà, è Dio quello che consegnerà il Regno dei Cieli, è Dio quello che sazierà. Un santo è una persona che si mette davanti a Dio e opera non secondo le proprie forze ma secondo la forza di Dio, secondo la sapienza di Dio, secondo la provvidenza di Dio. Non è lui il forte, il forte è Dio. Essere santi vuol dire sapersi appoggiare in Dio. Vuol dire sbilanciarsi dalla propria capacità al credere alla capacità di Dio. Mettersi nella condizione affinché Dio provveda, Lui consoli, Lui ci proclami Suoi figli, Lui ci dia quello di cui ha fame la nostra anima. Fondamentalmente, la santità è aprirsi a Dio.

                                                                                                                      Don Fabio Rosini

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